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Il ministro Giancarlo Giorgetti all’Insubria: "La sfida è trasformare la sussidiarietà e i conti in ordine in cure che arrivano alle persone"

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G.Giorgetti
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Il Ministro dell'economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti è stato ospite dell'Università degli Studi dell'Insubria questa mattina, nell'ambito della www.uninsubria.it/incontro-sussidiarietà.  Pubblichiamo di seguito il suo intervento integrale; il video al link https://www.uninsubria.it/giorgetti-sussidiarieta

 

INTERVENTO DEL MINISTRO GIANCARLO GIORGETTI

Ringrazio Giorgio Vittadini, la rettrice Pierro e l’Università dell’Insubria per l’invito. 

Essere qui a Varese per discutere questo Rapporto ha per me un senso profondo. 

Qui da noi l’autonomia e la sussidiarietà sono sempre andate insieme alla responsabilità. 

La sanità è uno dei banchi di prova su cui i cittadini giudicano, ogni giorno, se le istituzioni mantengono le promesse. La promessa del Servizio sanitario nazionale è curare secondo il bisogno, rendere le cure accessibili a tutti.  Il merito del Rapporto è chiedersi che cosa serve fare per mantenere questa promessa.

La risposta degli autori è la sussidiarietà, che vuol dire due cose. Primo: ogni compito va affidato a chi è più vicino al bisogno e lo sa svolgere meglio. Secondo: chi si assume quel compito ne risponde.

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Parto dai bisogni. Viviamo più a lungo, e più a lungo conviviamo con la malattia. Ventiquattro milioni di italiani hanno una malattia cronica. Per questi pazienti, per le loro famiglie, il problema non è la singola prestazione: è essere seguiti nel tempo, fuori dall’ospedale. Per farlo, non basta chiedere e ottenere più risorse: serve organizzazione.

Il Rapporto lo dice in modo molto chiaro con l’esempio dell’ictus: l’ospedale funziona bene, la riabilitazione è in affanno, il ritorno a casa lascia le famiglie sole.

La sussidiarietà ci aiuta nel costruire un tessuto in cui, in ogni passaggio, si possa avere un presidio di responsabilità: il medico di famiglia, l’infermiere, il Comune, l’opera del Terzo settore che sta in quel quartiere, la famiglia, sostenuta invece che lasciata sola. 

Sussidiarietà, applicata alla cura e alla presa in carico del paziente, significa allora una cosa precisa: ricomporre il percorso attorno alla persona e assegnare ogni tratto a chi meglio può risponderne.

Il pubblico, da parte sua, deve rinnovare i propri strumenti. 

Penso che alla sanità pubblica, oggi, serva una robusta iniezione di ingegneri gestionali, per dare priorità all’organizzazione dei servizi e all’ottimizzazione dei processi. Chi esce dall’ospedale deve sapere chi lo seguirà a casa: questa certezza è parte della cura. Altrimenti, il sistema gli scarica addosso un lavoro che spettava al sistema. E chi ha meno mezzi si arrende prima: sei milioni di persone, ricorda il Rapporto, hanno rinunciato a visite o esami per le attese o per i costi.

Lo stesso vale per la prevenzione, per le liste d’attesa, per il pronto soccorso. 

La questione è una sola: chi risponde di ciò che accade prima e dopo la prestazione.

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Don Giussani parlava delle opere che nascono davanti a un bisogno. Il Rapporto ne racconta molte, nate spesso in Lombardia, dove la sussidiarietà ha dato forma al sistema sanitario: libertà di scelta, pluralità degli erogatori. 

Per far crescere esperienze come questa, il Rapporto propone di affiancare alle tariffe un budget di cura. 

È una direzione giusta, con il metodo che abbiamo scritto nel Documento di finanza pubblica di aprile: in sanità i costi si vedono nell’anno, i benefici negli anni. Cominciamo da alcuni percorsi di malattia cronica, con un responsabile, un budget e una verifica dei risultati.

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Veniamo alle risorse. Per il 2026 il Governo ha portato il finanziamento del Servizio sanitario a 142,9 miliardi, oltre 6 in più rispetto al 2025. Ma i cittadini non misurano la sanità in miliardi.

Per questo, condivido la tesi centrale del Rapporto: la continuità dell’assistenza deve diventare una responsabilità riconoscibile. E chi dirige risponde dei risultati di cura, oltre che dell’equilibrio dei conti.

I sei miliardi in più che il Governo ha stanziato sono un presupposto importante; la prova dell’impatto di queste risorse è quando e come diventano cura. Certo, le risorse sono un presupposto; producono un risultato quando e come diventano cura. Questa è la prima responsabilità di chi organizza e dirige i servizi. 

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La seconda responsabilità è di chi governa i territori. Chi chiede la libertà di decidere accetta di rispondere delle proprie decisioni, anche sul piano finanziario: più autonomia e più responsabilità, non l’una senza l’altra.

Il diritto alle cure è uguale in tutta Italia, e la solidarietà nazionale serve a garantirlo dove le risorse proprie non bastano: è giusto così. 

Ma chi quella solidarietà riceve, risponde di come la usa, mentre chi vuole offrire di più dice come lo paga. 

Sussidiarietà e federalismo responsabile stanno insieme. Separate non reggono: la prima rischierebbe di divenire spesa senza controllo, il secondo un modo di scaricare i costi sugli altri. Separati non reggono: la sussidiarietà senza responsabilità diventa spesa senza controllo; il federalismo senza sussidiarietà, un modo di scaricare i costi sugli altri.

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Torno alla parte che mi compete più direttamente: la stabilità dei conti. 

La sussidiarietà, come ricorda il Rapporto, non spinge solo verso il basso: alcune funzioni vanno svolte al livello più alto. Proteggere il Paese dal costo del debito è una di queste. Qui la sussidiarietà incontra la sovranità. 

Le priorità di un Paese si decidono nel suo bilancio, e un Paese è sovrano se quelle priorità le sceglie da sé. 

Due settimane fa, a Cernobbio, ho detto che la prudenza sul debito è una forma di sovranismo pragmatico. Lo ripeto qui: la sovranità si esercita tenendo i conti in ordine.

L’Italia ha tremila miliardi di debito, il 137 per cento del PIL: decide da sé finché conserva la fiducia di chi le presta i soldi; se la perde, le priorità le dettano i creditori.

Oggi quella fiducia c’è. Lo spread è rimasto stabile, il rating è migliorato, e gli interessi risparmiati sono il fieno in cascina con cui abbiamo aumentato il fondo sanitario.

Il punto è semplice. Nel bilancio pubblico ci sono due tipi di spesa. La prima non la scegliamo: gli interessi sul debito, nel 2025 il 3,9 per cento del PIL, quasi novanta miliardi. Si pagano per primi, non si votano, non si rinviano. La seconda la scegliamo. 

Ogni euro in più di interessi è un euro in meno di spesa utile. E la spesa per interessi non cura nessuno.

Guardate che questa non è teoria: è storia. Le due volte in cui la spesa sanitaria ha frenato, dagli anni Novanta a oggi, è stato dopo le crisi finanziarie del 1992 e del 2011: tra il 2012 e il 2019, ricorda il Rapporto, circa quaranta miliardi di tagli. 

Quando un Paese perde il controllo del debito non sceglie più: subisce. 

Lo dico davanti a chi ha costruito opere per le persone che hanno più bisogno: un bilancio in ordine è una scelta redistributiva, prima che contabile. 

Gli interessi pagano il passato. La spesa utile va a chi ha bisogno, e prima di tutti a chi le cure non potrebbe pagarsele. Un bilancio schiacciato dagli interessi taglia in modo lineare. Solo un bilancio in ordine può permettersi di essere selettivo e di sostenere ciò che funziona.

Questa è la parte che deve fare lo Stato.

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C’è infine la parte delle famiglie. Gli italiani spendono di tasca propria 41 miliardi l’anno per la salute, e per l’8,6 per cento delle famiglie quelle spese sono insostenibili. Per questo il Rapporto chiede di governare le forme integrative.

Io penso che si debba rafforzare e organizzare meglio il ruolo dei fondi sanitari e dei fondi pensione. Per i fondi sanitari, il vantaggio fiscale deve essere legato alla protezione effettivamente offerta agli iscritti. Per i fondi pensione, la copertura per la non autosufficienza valida per tutta la vita deve diventare una componente di ogni piano pensionistico. Poter contare su una pensione più alta in caso di non autosufficienza è un passaggio di civiltà, e di educazione finanziaria, che mi sento in dovere di incoraggiare. 

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Giorgio,

ti propongo di ripartire dalle esperienze che avete raccolto, insieme a chi le realizza e alle Regioni, e di ricavarne proposte concrete: le regole da cambiare e il modo di pagare il lavoro che dà continuità alle cure. 

Sperimentiamole, e valutiamole nel tempo, non solo sui costi di oggi: il costo della prevenzione mancata non compare in nessun bilancio, ma si paga lo stesso.

Il Rapporto propone un nuovo patto sociale per la salute. Ci sto, a una condizione: che nel patto entrino anche i conti. Sussidiarietà, federalismo responsabile e sovranismo pragmatico sono tre nomi di una stessa cosa. 

La sussidiarietà consente al sistema di valorizzare chi è più vicino al bisogno. Il federalismo responsabile chiede a chi riceve risorse di risponderne, anche con i conti. Il sovranismo pragmatico custodisce, al livello più alto, la libertà di scegliere che rende possibili gli altri due

Dal quartiere, al piccolo comune, al bilancio dello Stato, l’idea che traggo anche quest’anno dal Rapporto è quella di un Paese in cui ciascuno fa la propria parte e ne risponde.

La sfida dei prossimi anni è trasformare i conti in ordine in cure che arrivano alle persone. 

Varese, dove autonomia e responsabilità sono sempre andate insieme, è il posto giusto per dirlo

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