Università degli studi dell'Insubria

Con la foresta amazzonica sta bruciando davvero il nostro futuro? Il commento di Bruno Cerabolini

Martedì, 27 Agosto 2019

Varese e Como, 26 agosto 2019 - Anche gli scienziati dell’Università dell’Insubria hanno firmato appelli internazionali e da tempo l’argomento è inserito nei programmi dei corsi che si occupano di ecologia, botanica ambientale e biodiversità, in particolare in quelli di Scienze dell’ambiente e della natura e di Scienze ambientali. Abbiamo chiesto al docente Bruno Cerabolini di spiegarci cosa sta succedendo e cosa ci attende. Di seguito le sue considerazioni.

 

La Foresta Amazzonica brucia, ma non è una novità

Da tempo, da più di un trentennio, il fenomeno della deforestazione dell’Amazzonia è noto e portato alla ribalta mondiale dagli scienziati, dalle organizzazioni ambientaliste e dalla stampa. Il tema è stato considerato più volte all’interno di valutazioni sullo stato mondiale delle risorse naturali. Ad esempio la Fao da decenni ha impostato un programma di monitoraggio delle foreste mondiali, il programma Fao-Fra (Forest resources assessments) che produce report quinquennali e decennali.

 

La Foresta Amazzonica brucia, ma non è la sola

Poco tempo prima che gli incendi della Foresta Amazzonica fossero portati alla ribalta mondiale, abbiamo avuto notizia di ingenti incendi forestali non solo alle Canarie ma anche e soprattutto in tutte le foreste di conifere delle zone temperato-fredde del Nord America e della Siberia (le cosiddette Taighe). Negli anni precedenti devastanti incendi forestali hanno interessato il Portogallo, la Grecia, l’Australia, la California e spesso hanno comportato decine di morti.

D’altra parte, rimanendo nell’ambito delle foreste delle zone equatoriali e tropicali, da decenni si riscontrano elevati tassi di deforestazione, non solo in Sud America ma anche in Africa e soprattutto nel Sud Est asiatico. La deforestazione nelle zone equatoriali procede, infatti, spedita da tempo a Sumatra e in Borneo, cioè in quei paesi che economicamente vengono definiti come «la Tigre asiatica» (es. Indonesia e Malesia), anche se il fenomeno molto più raramente viene portato alla ribalta mondiale, rispetto a quanto succede in Sud America.

Una triste riprova del fatto che la Foresta Amazzonica sia da tempo aggredita dal fuoco e che non sia la sola ad esserlo sono le numerose immagini «fake» postate da politici e personaggi dello spettacolo, fotografie riferite ad anni passati o ad altri luoghi o a entrambe le cose.

 

La Foresta Amazzonica brucia, ma non è mai bruciata così tanto

Anche se è ancora decisamente presto per fare un bilancio scientificamente valido di cosa stia succedendo oggi in Brasile e negli stati confinati (potrà essere fatto solo «a fiamme spente», passata l’onda emotiva che sta coinvolgendo l’opinione pubblica mondiale e i meeting dei paesi più industrializzati), sicuramente l’erosione e la frammentazione della Foresta Amazzonica portata avanti per decenni ne ha diminuito la superficie e aumentato il perimetro, determinando un aumento del rapporto perimetro/superficie, che l’ha resa decisamente più vulnerabile e predisposta ad attacchi massici fatti con incendi volontari che vengono portati ai suoi margini. A dire il vero, gli incendi si sono sempre verificati anche a partire dal suo interno, ma si è quasi sempre trattato di fenomeni di limitate dimensioni legati ad una agricoltura itinerante povera, nota anche come «slash-and-burn agriculture». Si tratta di attività di taglio e incendio portate avanti da popolazioni indigene o da coloni che producono lacune limitate nella foresta, coltivate, spesso, in modo rudimentale per un periodo più o meno breve e che in seguito vengono abbandonate e riprese dalla foresta secondaria quando la fertilità dei suoli scende sotto livelli critici.

Sicuramente le spinte dei mercati agroalimentari internazionali e soprattutto la richiesta di carne bovina e soia, nel caso del Sud America, spingono già da anni alla crescente ricerca di pascoli e terreni coltivabili, a discapito degli ecosistemi naturali, soprattutto in paesi emergenti con ancora un ricco patrimonio naturale. Questo fatto è appurato, già da qualche anno, e riportato in articoli scientifici delle riviste internazionali più autorevoli come la prima causa di aggressione delle foreste e in particolare della Foresta Amazzonica.

 

La Foresta Amazzonica brucia, quali saranno le conseguenze per tutti?

Il cosiddetto «agro-business», la vulnerabilità accresciuta negli anni e forse qualche avventato messaggio politico sembrano alla base di questo disastro di cui ancora non si conoscono le proporzioni, ma che sicuramente è ingente e avrà ripercussioni planetarie, anche a livello climatico. Si tratta infatti di un eclatante esempio, verrebbe da dire estremamente didattico, di ciò che gli ecologi chiamano «Global change», ovvero la commistione micidialmente sinergica di fenomeni legati al cambiamento di uso del suolo, o «Land use change» (quali appunto incendi e deforestazioni), e al cambiamento climatico, «Climate change», vero e proprio, indipendentemente dall’ordine dei fattori.

Procedendo con ordine, bisogna premettere che sicuramente i vasti e devastanti incendi della Foresta Amazzonica di questi giorni produrranno quasi certamente una perdita di biodiversità, ovvero comporteranno l’estinzione, almeno a livello locale, di specie animali, vegetali e di microorganismi. Se da una parte la biodiversità delle foreste tropicali è parzialmente dedotta e non ancora direttamente censita (ci sono ancora zone non del tutto note sotto il profilo del loro patrimonio biologico), dall’altra la frammentazione degli habitat è concordemente riconosciuta dal mondo scientifico e conservazionistico come la principale minaccia per le specie animali e vegetali, in quanto determina l’interruzione dei flussi di geni all’interno delle popolazioni, rendendole poco plastiche e suscettibili di scomparsa, ovvero di estinzione. La Foresta Amazzonica, con molta probabilità, scomparirà completamente da ampi territori oggi soggetti al fuoco, ma anche se dovesse in parte sopravvivere, sarà sotto forma di nuclei più piccoli, isolati e alterati, decisamente più vulnerabili se esposti ad ulteriori fattori di stress, come siccità o innalzamento delle temperature.

Ma se la presumibile perdita di biodiversità potrebbe anche apparire a taluni come una questione locale, in una prospettiva paradossalmente cinica ed egoistica, ciò che sicuramente avrà ripercussioni planetarie sarà l’immane quantità di anidride carbonica immessa in atmosfera, grazie alla combustione della vegetazione e della materia organica accumulata negli ecosistemi di vaste superfici. In una visione strettamente funzionale, la Foresta Amazzonica deve essere considerata come una enorme riserva di carbonio temporaneamente escluso dal ciclo del carbonio stesso. Gli scienziati definiscono queste riserve di carbonio sequestrato come «carbon stock». L’immediata liberazione in atmosfera, anche parziale, di un «carbon stock» delle proporzioni della Foresta Amazzonica equivale a vanificare decennali sforzi di riduzione delle emissioni portati avanti da molti paesi attraverso lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e di tecnologie meno energivore. In definitiva, è un durissimo colpo per tutti i risultati positivi, troppo pochi a dire il vero, ottenuti attraverso difficili ed estenuanti trattative e mediazioni internazionali.

Non solo, la distruzione della vegetazione e degli ecosistemi forestali e la loro sostituzione con le vegetazioni erbacee dei pascoli e delle coltivazioni mina alla base la possibilità di ripresa della capacità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera e di immagazzinare di nuovo carbonio nelle biomasse vegetali di vaste superfici, in pratica depotenziando notevolmente la funzione di «carbon sink» dei territori amazzonici. Tale funzione potrebbe essere salvaguardata solo procedendo ad una rapida riforestazione delle aree oggi percorse dalle fiamme, ma ci vorrebbero comunque decenni per ritornare a condizioni paragonabili a quelle pre-incendi. Va da sè che la produzione di ossigeno dovuta alla Foresta Amazzonica, nonché la sua immissione in atmosfera, segue le leggi della fotosintesi e ha quindi un comportamento inversamente proporzionale all’anidride carbonica: compromettendo seriamente la capacità di catturare CO2 viene parimenti compromessa la produzione di ossigeno con conseguenze per ora inimmaginabili.

In definitiva, sebbene sia ancora impossibile quantificare i fenomeni e pronosticare l’evoluzione degli incendi che al momento colpiscono l’Amazzonia, si possono già individuare i principali fattori che agiranno a livello planetario, determinando inevitabili ripercussioni sul clima: consistente aumento di gas serra in atmosfera, diminuzione della capacità di produrre ossigeno, assorbire CO2 e sequestrare carbonio, diminuzione della capacità di mantenere umidità atmosferica locale, alterazione delle capacità di riflessione e assorbimento della radiazione solare, alterazione dei regimi delle precipitazioni e dei reticoli idrografici, perdita di biodiversità.

In conclusione, nonostante tutte queste tematiche siano note e trattate a livello didattico e/o di ricerca da diversi docenti dell’Università dell’Insubria, le dimensioni e la violenza del fenomeno, unitamente all’impreparazione degli Stati e della comunità internazionale, lasciano la sensazione che si sia aperto il vaso di Pandora.

 

Ultima modifica: Martedì, 27 Agosto, 2019 - 14:28