Il Giorno della Memoria: eventi e parole per ricordare la Shoah

Lunedì, 18 Gennaio 2021
Giorno memoria

Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria, in ricordo della vittime della Shoah.

Il nostro Ateneo propone per la nostra comunità e per il territorio due webinar a distanza

Due appuntamenti che, con un approccio diverso, portano alla luce la storia dello sterminio, una storia da preservare anno dopo anno, come patrimonio della nostra memoria collettiva.

 

SHOAH TRA DIRITTO E SCIENZE UMANE

Il primo appuntamento è, alle ore 10, con il convegno online tra Diritto e Scienze Umane  volto a ripensare la questione della Shoah in prospettiva interdisciplinare, promosso da Barbara Pozzo, Direttore del Dipartimento di Diritto, Economia e Culture.

Il dialogo tra giuristi, storici, filosofi e studiosi della storia dell’arte permetterà di aprire nuovi orizzonti su di un passato che offre ancora notevoli spunti per interrogarci sulle responsabilità di ieri e di oggi.

Qui il link per partecipare al convegno.

 

CONFERENZA SU LUDWIG FLECK

La Giornata della Memoria, poi, continua, alle ore 15, con la conferenza «Ludwig Fleck (1896-1961), microbiologo ed originale epistemologo polacco che ha combattuto la Shoah schierandosi contro i nazisti».

L’iniziativa rientra nel ricco calendario di attività del progetto Giovani Pensatori, giunto alla XII edizione.  

Interviene Francesco Coniglione (Università degli Studi di Catania), curatore del volume «Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale»; modera Fabio Minazzi, docente di Filosofia della scienza, Università dell’Insubria).

Il live event online è a numero chiuso, per partecipare si richiede la prenotazione all’indirizzo sbarile@uninsubria.it

 

UN TESTO SULLA SHOAH PER L’INSUBRIA

Per chiunque voglia approfondire e prepararsi, pubblichiamo un testo scritto per noi da Piergabriele Mancuso, nuovo ricercatore di storia e lingua ebraica del Disuit 

 

IL GIORNO DELLA MEMORIA E IL BUON USO DEL RICORDO

di Piergabriele Mancuso

Il 27 gennaio del 1945 i soldati dell’Armata Rossa entravano nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, una delle numerose tessere del mosaico dello sterminio nazista, svelando al mondo intero una tragedia senza precedenti, un genocidio e un programma di morte che non trovava, in termini di preparazione e strutturazione tecnica, alcun termine di paragone nella storia dell’umanità.

Il mondo occidentale era ben conscio di ciò che era successo, tutti sapevano che gli ebrei, insieme a omosessuali, oppositori politici, testimoni e zingari, caricati su treni merci non erano più tornati indietro, le abitazioni si erano svuotate e di quei pochi che, lungimiranti, erano scappati prima, si erano perse le tracce. Il mondo sapeva ma ha taciuto, gli intellettuali italiani - tra cui alcuni accademici di fama mondiale – si erano allineati al nuovo corso razzista, alcuni avevano aderito convintamente, arrivando a firmare un farneticante Manifesto della Razza, che oltre a incensare inconsistenti principi di gerarchia etnica, mescolava insieme criteri di appartenenza religiosa e razziale, arrivando a formulare il mostruoso sinolo di “razza ebraica”. Un concetto questo che sorprese, e non poco, anche i più inveterati sostenitori dell’apartheid d’oltreoceano, come ebbe occasione di spiegare colui che, alcuni decenni più tardi sarebbe divenuto uno dei più importanti sociologi statunitensi, Horace Clayton, di madre nera ma lui stesso di pelle bianchissima, quando, giovane studente universitario ben avvezzo agli orrori dell’apartheid domestico, in visita ad Amburgo nel 1934, non si capacitava delle distinzioni razziali del regime nazista, visto e considerato “quanto tedeschi” gli apparissero gli ebrei di Germania, biondi, alti, con impeccabile accento tedesco. La stessa cosa si sarebbe potuta dire degli ebrei italiani, italianissimi per lingua e costumi, tradizioni, abitudini e atteggiamento sociale.  

L’odio per gli ebrei ha un cuore antico, è forse uno degli elementi che sostanzialmente senza soluzione di continuità hanno accompagnato più fedelmente le diverse fasi della storia ebraica. Vi è chi ha rintraccia l’origine dell’odio contro gli ebrei agli albori della storia ebraica stessa, addirittura negli intrecci della vicenda biblica, un’ipotesi che ha fatto comprensibilmente (e prevedibilmente) discutere, ma che non è priva, ritengo, di valido fondamento (rimando, a questo proposito, allo splendido scritto di una delle più famose rabbine di Francia, Delphine Horvilleur, “Riflessioni sulla questione antisemita”, edito di recente per i tipi di Einaudi).

A origine di tale malapianta sta una pletora di radici di colore e conformazione diverse, ciascheduna, singolarmente, non capace di nutrire il corpo tutto, ma nel loro complesso convoglianti verso uno stesso tronco: dall’avversione per l’ebraismo in quanto religione e tradizione culturale, passando per le infami bolle antiebraiche dell’età moderna, gli interdetti papali, i ghetti e tutte le forme di segregazione fisica e socio-politica, arrivando all’odio per gli ebrei in quanto minoranza i cui caratteri peculiari e distintivi, si dice in malafede, non si possono conciliare con quelli del tessuto maggioritario. Un paradosso questo in special modo in Italia dove la presenza ebraica predata di diversi secoli la diffusione del cristianesimo, dove la prossimità tra ebrei e cristiani si è storicamente più spesso esplicata, fatte salve alcune clamorose eccezioni, nei termini di un rapporto dialettico e assolutamente costruttivo.

Ciò che consentì la Shoah - letteralmente, “omicidio”, “sterminio”, termine sicuramente più appropriato di “olocausto” che presume una sorta di giusta intenzionalità cultuale - non fu solo volontà omicida di un manipolo di criminali, i “volenterosi carnefici” come suggerito dallo storico Daniel Jonah Goldhagen, ma anche, forse soprattutto, la silente indifferenza dell’uomo e della donna qualunque, del vicino di casa e di tutti coloro che, comprensibilmente preoccupati per la propria condizione, hanno di fatto reso possibile ciò che, poi, a parole, razionalmente non si può capire né esprimere pienamente. Tragedie di questa magnitudine non avvennero ex-nihilo, dall’oggi al domani, furono certo costruite e pensate a tavolino (da questo punto di vista potremmo individuare diversi momenti “cruciali”, solo per citarne uno, ad esempio la famigerata “Conferenza di Wannsee” del 1942), ed è difficile individuare un momento genetico vero e proprio.

Gli storici hanno dibattuto a lungo su questo punto, continuano a farlo (un punto fondamentale rimane senza dubbio lo studio di George Mosse sulle origini culturali del Terzo Reich), ma probabilmente ciò che, al di là delle contingenze storiche, si pone come potenziale momento di opposizione tra comunità umane è il tentativo di differenziazione tra il “noi” e “loro”, tra quanti consideriamo accettabili e quanti rigettiamo, tra coloro a cui riteniamo di dare patenti di liceità e coloro che etichettiamo come elementi allotri, l’immigrato giusto e quello sbagliato. Si tratta di un processo che, se non inteso in tutta la sua potenziale carica distruttiva, può portarci a privare il nostro simile di qualsiasi caratteristica di reale umanità, definire un cittadino italiano o uno straniero di “razza” diversa, dunque una componente non fondamentale del nostro tessuto comune, porlo sempre più ai margini del consesso umano, non sentendoci responsabili della sua deportazione, delle grida dei suoi figli mentre vengono portati in chissà quale “altrove”, e infine della loro assenza.

Per quanto paradossale possa sembrare, ciò che portò alla morte milioni di ebrei tedeschi - alcuni dei quali convinti assertori del carattere nazionale germanico e della grandezza delle tradizioni teutoniche così nella cultura, come nelle arti, nelle scienze e nondimeno nella politica – fu proprio la gradualità con cui lo sterminio venne pianificato, prima togliendo agli ebrei piccoli tasselli di dignità civica, poi prerogative politico-sociali, limitandone la capacità giuridica, trasformandoli, infine, in individui impotenti del cui destino nessuno si sentì di farsi carico.

Prima di arrivare ad Auschwitz, la famiglia di Liliana Segre – prendiamola a paradigma, sperando che molti oggi ne conoscano la storia – era stata portata a Varese, poi a Como, infine a Milano, poi nei treni per la Polonia, in ogni tappa incontrando mani e occhi di uomini e donne “volenterosi”, forse anche solo indifferenti, non possiamo escludere alcuni anche intimamente scossi e silentemente partecipi, tutti accomunati dal fatto di essere parte, volenti o nolenti forse poco importa, di una medesima catena di morte.

Le uccisioni di Meina, Baveno, Stresa, Mergozzo, così come tutti gli atti dello sterminio nazista in Italia e le diverse tessere del mosaico persecutorio, furono certo perpetrati su volontà e comando delle orde naziste, ma il contributo di “volenterosi carnefici” italiani che conoscevano personalmente le vittime, le loro abitudini, i loro rapporti personali, i loro nascondigli, con cui in passato forse avevano anche lavorato, collaborato, in vario modo interagito, fu assolutamente fondamentale e determinante. Il cielo stellato delle valli padane non infuse alcun reale dovere morale nel cuore e nelle coscienze dei carnefici di casa nostra, il progresso tecnologico, la bellezza della creazione artistica, la capacità di dominare il creato a vantaggio e utilità dell'umanità (che sul far di quel secolo si pensava giunta ad un grado massimo di autocoscienza e autopreservazione) nulla poterono dinnanzi a questo scempio della figura e dignità dell’uomo stesso.

La Shoah è un fatto unico nella storia dell’umanità, e tale si spera rimanga per sempre, ma perché ciò accada è necessario che il suo ricordo non venga mai meno. Ricordare che l’umanità, in primis la nostra amatissima Europa che oggi vorremo sempre più come modello di convivenza tra popoli diversi, è stata capace di portare madri, padri e figli, nudi, senza capelli, privati della propria dignità, dentro camere a gas, nei forni crematori, trasformarli in cenere e nubi scure di morte, di tramutare, nondimeno, altrettanti giovani uomini e donne, amorevoli padri e affettuose madri in criminali in giacchetta e abominevoli dispensatori di morte, non è un dovere istituzionale a cui una volta l’anno ci tocca assolvere, un trito rituale della memoria, ma una componente fondamentale del nostro sentire, un paradigma irrinunciabile del nostro sentire umano e civile, un dovere morale, perché un giorno non venga meno la nostra casa, i nostri figli, ci ammoniva Primo Levi, non abbiano a torcere il viso da noi, provare vergogna per ciò che abbiamo fatto o non abbiamo avuto il coraggio di fare.

 

- Il 27 gennaio Piergabriele Mancuso parlerà di musica ebraica prima della Shoah in una conferenza della Fondazione Ugo e Olga Levi di Venezia; 
https://www.fondazionelevi.it/event/gli-ebrei-di-venezia-prima-della-sho...

 

Ultima modifica: Mercoledì, 27 Gennaio, 2021 - 09:17